Sanvenero

Sanvenero, Cupardo: «Il contenuto dà forma all’abito»

Alessio Cupardo è nato ad Agrigento nel 1982, quando eravamo già Campioni del Mondo. É approdato a Sanvenero nel 2019, dopo un lungo percorso caratterizzato dalla curiosità, dalla passione e da tanto lavoro. Oggi, a 39 anni, è padre di famiglia e, al fianco di Matteo Olivieri proprietario di Sanvenero 1880 Savona (premi qui), cerca di traghettare questa storica sartoria italiana nel futuro.

Sanvenero, oggi, è abiti da cerimonia e contemporary menswear per ogni situazione. La ricerca continua dei materiali, le idee per capi sempre più moderni ma nel rispetto della tradizione – anche in collaborazione con altre eccellenze come Loro Piana -, infatti, tratteggiano la figura del gentleman moderno vestito Sanvenero; dall’abito al denim su misura, dal lavoro al tempo libero, sempre con grande attenzione al contenuto.

Sanvenero rappresenta l’idea di gentiluomo moderno, che noi di RIS8Lifestyle amiamo definire Working Class Dandy.

«Sono arrivato nel 2002 per studiare Lettere Moderne in Statale, in anni in cui la Statale e Milano erano luoghi completamente diversi da oggi. Erano gli anni della musica House, dell’Atlantique, di Claudio Coccoluto, Joe T Vannelli. Erano gli anni del Plastic, che per me è stato un punto di riferimento. Musicalmente c’erano molte realtà che facevano suonare dal vivo. Erano luoghi di aggregazione che creavano molta più varietà tra le persone. Mettevi la giacca di Tom Ford per andare nei Club esclusivi e ti vestivi in maniera differente per andare ad ascoltare Jazz».

Ti ho conosciuto dietro al bancone del Tasca, storica vineria spagnola con tapas. Eri sempre molto elegante anche durante la ressa dell’aperitivo milanese.

Alessio Cupardo: «Grazie, sei molto gentile. Ho fatto parecchi lavori per portare a casa più soldi possibile, non sono stati anni facili. Piscina Solari, quando ancora c’era il bar, poi il Bar Cuore, il Plastic e il Tasca nel 2006. Quando avevo già accantonato l’Università. É stata un’esperienza importante.

Era una Milano molto viva. Ho imparato le usanze dei milanesi, di molti stranieri che lo frequentavano e anche di chi, come me, veniva dal Sud. Sono stato al Tasca 12 anni, ho visto tante situazioni e cambiamenti. Ho cercato di acculturarmi con corsi di somellerie e studiando. Dietro a un ristorante, o a un’azienda, anche il più piccolo dettaglio fa la differenza. Il bancone è un punto d’osservazione privilegiato sul mondo. A un certo punto mi sono sentito fuori luogo. Ho deciso di andare verso la mia grande passione definitivamente. Era il momento di cambiare ed eccomi qui a Sanvenero, grazie a Matteo». 

Sanvenero ti ha permesso di sfruttare tutte le competenze accumulate?

Alessio Cupardo: «Sì. Condivido questo spunto e, oggi, ne sono consapevole. Dieci anni fa era inimmaginabile. Invece, la vita ci guida sempre verso la giusta direzione. Ho avuto anche la fortuna che il cambiamento più grande, il matrimonio e la paternità, abbia coinciso con il desiderio spontaneo di approdare a Sanvenero, una realtà che mi calza perfettamente. Ho lasciato il Tasca per il desiderio di crescere e completarmi.

La sartoria in generale e il nostro atelier in particolare, trovandosi al primo piano, implica una barriera molto alta da superare. In un mondo in cui si acquista tutto online, devi scomodarti a prendere un appuntamento, venire a trovarci e dedicarti del tempo.

Il mio compito è togliere la barriera, mettere a proprio agio l’ospite del nostro salotto, ascoltarlo e guidarlo nelle scelte; per poi seguirlo fin oltre la consegna. Si genera necessariamente un rapporto di fiducia. Esattamente come nella ristorazione. Ci vuole pazienza, ascolto e dedizione. Il protagonista è il nostro ospite, che a volte è spaesato, per guidarlo bisogna prima capire chi si ha di fronte».

La facilità con cui, in questi due anni, si è accettata la differenza imposta tra necessario e superfluo mi ha fatto un po’ impressione.

Alessio Cupardo: «In un mondo di Community virtuali è necessario creare comunità reali. Se chiudessero i social, Sanvenero non avrebbe contraccolpi perché ha una comunità fisica. Ci si confronta, si impara reciprocamente. Che venga un barman, un giornalista, un broker finanziario o un operaio, ho l’opportunità di imparare direttamente da loro, non da un post di FaceBook. Il mio compito è vestirli e, nel conoscerli, mi arricchisco. Come si faceva un tempo nei salotti.

É il contenuto a dare forma al contenitore, quindi a un abito. Abbiamo tutti le stesse esigenze, ma siamo tutti diversi e questa è la vera ricchezza del mondo. Spero di trasmettere a mio figlio gli strumenti culturali per comprendere l’importanza delle diversità».

Avevi già le idee chiare sull’abbigliamento oppure è stata Milano a portati a Sanvenero?

Alessio Cupardo: «Ho sempre trovato l’abbigliamento un elemento culturale. Sono sempre stato attratto dal lavoro, dalla creazione, che c’è dietro ai capi. Quando ero in Sicilia, certe cose le potevo vedere solo su L’Uomo Vogue. Ho iniziato a dare sempre maggior importanza a come gli indumenti siano un’espressione dell’essere; a come il contenitore debba essere in armonia con il contenuto. Siamo cresciuti in un contesto che differenziava le varie sottoculture proprio attraverso l’abbigliamento. C’erano i Punk, i Mods, i Paninari, la New Wave, ecc. ecc. Mi ha sempre attratto l’abbigliamento come espressione di una storia personale e non come un semplice mostrare».

Sei più attratto dal contenuto di un abito che dal contenitore.

Alessio Cupardo: «Esatto. Nello specifico, ho sempre ambito al mondo della sartoria per questo motivo. Quando sono arrivato a Milano di soldi ce n’erano pochi, dovevo mantenermi gli studi. Il No Logo, però, è sempre stato il mio pallino. L’idea di indossare un capo che fosse unico. Quindi, ho cominciato a investire i miei primi guadagni in capi sartoriali. Pochi abiti, parecchie giacche, la maglieria… il piacere di avere un capo solo mio, che mi vesta perfettamente. Durante i primi anni ’10 del 2000, però, c’è stato un appiattimento tra moda e cultura che si è palesato con una crisi del prodotto sartoriale».

L’arrivo in massa delle catene del fast fashion ha influito certamente.

Alessio Cupardo: «C’è stato un decadimento della qualità del prodotto. Non con accezione negativa, è semplice cronaca. Non ho mai preso in considerazione le catene del fast fashion, non sono luoghi che frequento. Ho sempre preferito il buy less, buy better. Ho sempre detestato perdere pezzi dal mio armadio perché lisi o rovinati o presto fuori moda. Sono particolarmente suscettibile allo spreco e dall’abbigliamento si crea tantissima spazzatura. Comprare indumenti belli, curati, selezionati, è certamente più costoso, ma sul lungo periodo si rivela un investimento migliore, sia economicamente che in sostenibilità. Oggi trovi maglioni di cashmere a cento Euro, che anch’io ho acquistato in passato. Sono durati niente, però, mentre i maglioni fatti da una magliaia, con una materia prima migliore, sono ancora perfetti dopo anni. L’esempio è presto fatto. La maglieria di cashmere di bassa qualità è un’illusione destinata a creare spreco. Un maglione durerà 6 mesi, lo butterai e ne comprerai un altro. Un maglione di qualità è praticamente eterno e ne hai più cura. Non è snobismo, è ecologia».

La vera sostenibilità è comprare prodotti di qualità, durevoli nel tempo, così da produrre meno spreco possibile.

Alessio Cupardo: «A Sanvenero produciamo a richiesta, evitiamo di generare sprechi. Ci proviamo. In questo periodo della storia, parlare di certi argomenti sembra superfluo, come dicevi poco fa. Il nostro salotto è l’emblema del non necessario. Non è necessario se non si considera il naturale bisogno di futilità insito nell’essere umano, necessario per nutrire l’anima. Visto che è un aspetto che caratterizza la vita di gran parte degli abitanti del Pianeta Terra, conviene che abbia l’impatto minore sull’ambiente».

Sul vintage che idea hai?

Alessio Cupardo: «Sono contrario al fast fashion, non allo sviluppo naturale dell’economia di una società. Mi rendo conto che non sia ipotizzabile confezionare indumenti uno a uno e che serva il prêt-à-porter. Il problema è il decadimento della qualità. La confezione degli abiti degli anni ’80, ad esempio, era di grandissima qualità. Non erano su misura, ma il lavoro, la ricerca, la cura del dettaglio, non avevano nulla da invidiare alla sartoria espressa. Ho un archivio vintage personale di vecchie giacche e indumenti non di sartoria. É naturale e auspicabile, quindi, che ci sia un recupero, un ritorno e un ammodernamento dei capi del passato. Le impunture, le cuciture, lo stesso taglio e la vestibilità di certi capi del passato, inoltre, ci risparmierebbe questo florilegio di giacche corte e pantaloni troppo stretti che si vede in giro. Le giacche sono nate per coprire le natiche!».

Tu arrivi a Sanvenero per aiutare Matteo Olivieri a modernizzare una sartoria di tradizione secolare.

Alessio Cupardo: «Sono arrivato perché Matteo aveva bisogno di una persona di fiducia che lo affiancasse nella gestione di Sanvenero, riuscendo a stare al suo passo. Avendo l’atelier a Savona e il mondo davanti, aveva necessità di una persona di fiducia. Lui, poi, è più imprenditore di me e quindi è giusto che abbia più spazio per agire. Io mi occupo principalmente dell’atelier di Milano. Ho scelto la sfida di Sanvenero perché ci sono delle affinità importanti. Oggi senti musica ska perché piace a me, ma qui ho trovato il libro sul bassista dei The Specials, per fare un esempio pratico. Gli incontri non sono mai casuali. Bisogna percepirli, ascoltarli. Al Tasca avevo raggiunto una condizione di vita quasi ideale: parecchie ore libere rispetto al lavoro effettivo e stabilità economica. Oggi sono tutto il giorno in atelier, anche il sabato, ma sono immerso in un mondo che mi somiglia e appartiene. Dobbiamo creare il business e seguire il lavoro quotidiano. Abbiamo anche un negozio su strada, a Savona, con capi ready to wear che confezioniamo tramite altre piccole realtà, per poter personalizzare le scelte il più possibile e mantenere alta la qualità anche per pochi pezzi. A Savona c’è anche il nostro capo sarto che, a 75 anni, segue ancora tutto il su misura».

Ultimo ma non meno importante: il denim su misura di Sanvenero e gli altri capi moderni.

Alessio Cupardo: «Il nostro denim è un progetto complesso perché necessita di varie confezioni, macchinari particolari. Siamo in pochi a farli. Rispetto a un denim di qualità, già confezionato, produrne sartorialmente costa cinque volte di più. Molti ci chiedono che senso abbia. Per noi è un servizio, che comunque costa attorno ai 250/300 Euro, non cifre improponibili, ed è un capo eterno. L’idea è che a Sanvenero si possa realizzare tutto quello che si desidera nel proprio guardaroba, compreso il denim, appunto. Stiamo, inoltre, introducendo la maglieria; abbiamo realizzato la nostra Safari Jacket sfoderata e destrutturata, un capo diverso dalle solite proposte delle sartorie. Il nostro peacoat, non inventiamo nulla, lo realizziamo totalmente su misura anche nei dettagli. C’è la linea del carcoat con i materiali innovativi di Loro Piana e molti altri prototipi che il Covid ha rallentato e che presto vedranno la luce».


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