il ragazzo e l'airone

Il ragazzo e l’airone: chi cerca di capire perirà

ll ragazzo e l’airone era un’opera attesa da molti anni, sia dai fan che dalla critica. Il precedente film di Hayao Miyazaki, Si alza il vento, infatti, era uscito ben 10 anni fa. Seguito dall’ennesima dichiarazione di ritiro di Miyazaki, dall’annuncio della fine dei lungometraggi dello Studio Ghibli nel 2014 e dalla morte di Isao Takahata nel 2018, che potevano addirittura far pensare al peggio. Dopo 7 lunghi anni di produzione e il totale silenzio sul contenuto del suo lavoro, però, Hayao Miyazaki è uscito dalla pensione per dedicarsi a questo nuovo film.

Dall’uscita del nuovo lungometraggio, gli articoli analitici si sono moltiplicati nel tentativo di decodificare i complessi simbolismi che compaiono in ogni scena. É tutto comprensibile, il momento è particolarmente favorevole alla sovra-analisi, all’eccessiva psicologizzazione dell’opera. Il regista è anziano e, poiché la sua aura di genio cresce con il tempo, ogni suo film viene accolto come una sorta di messaggio divino che dovrebbe fornirci le chiavi per comprendere la nostra stessa esistenza. Eppure, probabilmente, il modo migliore per comprendere Il ragazzo e l’airone è non sforzarsi troppo di capire.

Il vecchio maestro ci ha consegnato Il ragazzo e l’airone, un’opera a più dimensioni, tra la gravità storica di Si alza il vento e l’incanto de Il viaggio di Chihiro.

I poeti e i creatori di leggende sono rari in questi tempi difficili. È prezioso essere vivi nello stesso momento di un genio e poter testimoniare la bellezza e la potenza della sua opera. Il regista, ancora una volta, ci ha consegnato un lavoro tanto complesso quanto fenomenale, sfidando tutte le previsioni.

I film di Hayao Miyazaki sono affascinanti al di là della precisione e della ricchezza dell’animazione. La chiave del loro mistero risiede nei viaggi fantastici che le storie intraprendono, a seguito dei quali i personaggi vedono il mondo che hanno lasciato con occhi nuovi. Rappresentano l’emergere di un’alterità e il susseguirsi degli eventi che invitano i protagonisti ad aggiustare la visione della loro casa. Che, per Miyazaki, spesso, assomiglia a un cerchio familiare spezzato o incompleto.

La cosa più bella del cinema di Miyazaki sta nella collisione dei mondi che crea, quando gli universi si scontrano o, al contrario, si disfano.

Ne La città incantata, il viaggio di Chihiro, il passaggio dalla realtà alla sua controparte soprannaturale, avviene un passo alla volta, senza che la bambina se ne renda immediatamente conto. Viceversa, il mondo dei sogni svanisce proprio alla fine, con un unico, straziante, passaggio. Film tagliato in due parti come Il ragazzo e l’airone, che segna addirittura un ritorno a questo orizzonte carrolliano dieci anni dopo l’uscita di Si alza il vento. Penultimo racconto autobiografico e testamentario che aveva la particolarità di privilegiare un ancoraggio più realistico.

Il ragazzo e l’airone segue l’arrivo di Mahito in una strana villa. L’undicenne, perseguitato dalla morte della madre in un incendio, si trasferisce con il padre lontano da Tokyo mentre la guerra è in pieno svolgimento. Quando la matrigna, la sorella della madre defunta che le somiglia come una goccia d’acqua, gli mostra la proprietà, viene accolto da un airone cenerino, le cui azioni indicano la presenza di un mondo nascosto, rappresentato in particolare da una misteriosa torre in rovina, che attira immediatamente l’attenzione del ragazzo. Creatura miyazakiana per eccellenza, l’uccello parla, gioca e prende in giro Mahito con una voce stridula e inquietante.

Gli eroi di Miyazaki sono spesso segnati dal dolore. Il giovane Mahito de Il ragazzo e l’airone non fa eccezione.

Il ragazzo è completamente solo. Le sue notti sono piene di visioni della madre morta, che non può salvare dalle fiamme. Non ha più sorrisi né lacrime. Nella grande casa dove ora vive, circondato da vecchie cameriere spaventate, si ritira dal mondo. Non vuole mescolarsi con gli altri a scuola e riesce a ferirsi gravemente con un colpo di pietra alla tempia, per non tornare dai suoi compagni di classe dalle facce tra loro identiche.

Quello che colpisce nel primo atto, piuttosto lungo, è proprio questo bambino che oscilla tra la malinconia e l’incubo. Le inquadrature sono belle come quadri, con la tenera tavolozza pastello tipica delle produzioni dello Studio Ghibli. Questo aspetto è in contrasto con l’immensa tristezza di Mahito. È preso dalla quotidianità, indifferente come se fosse in preda alla depressione. Deve affrontare questo nuovo luogo che sta scoprendo. Deve imparare la sua storia. Scopre che la casa apparteneva a un vecchio prozio, impazzito per aver letto troppo, recluso nella sua biblioteca come in una fortezza.

La prima parte de Il ragazzo e l’airone rivela anche una certa finezza nel modo in cui Miyazaki distilla piccoli tocchi di stranezza all’interno dell’imponente villa.

Il racconto, infatti, è composto da un numero inaspettato di scene mute che ritardano il più possibile l’inizio del viaggio. I luoghi sconosciuti sono spaventosi, ostili e pieni di stranezze. Sono codici da imparare nuovamente, come una realtà che non ci contiene, dove ci sentiamo sempre un po’ incongrui, sempre un po’ fuori posto. Come un viaggiatore che arriva in un Paese di cui non parla la lingua. Il futuro è vuoto come una pagina bianca e l’orizzonte è incerto. 

Così, quando l’airone chiassoso e chiacchierone bussa alla finestra del ragazzo costretto a letto, egli non si stupisce più di tanto. Gli promette che sua madre non è morta, il che è sufficiente per seguirlo e cercare di liberare la prigioniera o di scongiurare il proprio destino.

Nella seconda parte del film, il ragazzo affronterà tempeste e oceani impetuosi. Vedrà meraviglie.

Si affezionerà agli altri, lui che era distaccato da tutto. Il meraviglioso, con Miyazaki, non è mai molto spaventoso. Oppure è spaventoso quanto una realtà in cui nulla ha più senso.

L’immaginario deve essere accolto senza discussioni, non razionalizzato, non legato a nulla di noto. Da questo punto di vista, l’odissea qui proposta è molto simile a quella di Chihiro, e anche la storia vi si addentra allo stesso modo, attraverso una crepa nella realtà, un ingresso mal sigillato, dove l’eroe si infila senza guardarsi troppo indietro. Non ha altra scelta che attraversare le porte della percezione, dove il tempo non sarà più lo stesso, dove incontrerà altre versioni delle persone che pensava di conoscere. Dove dovrà recuperare tutto, compreso il corso della sua vita.

Riscoprirà il gusto per lo straordinario, il senso della meraviglia, la volontà di essere il bambino che non sapeva più di poter essere. La stravaganza del racconto lo libererà dolcemente dalla sua disperazione. Farà pace con i suoi fantasmi e i suoi tormenti. 

Presiederà letteralmente al destino del suo mondo, anziché esserne vittima. É qui che il film assume una dimensione quasi metafisica.

Come si esce dal lutto? Come si accettano la morte e il caos? Cosa c’è prima della nascita? Come salvare quella scintilla di ispirazione e trascendenza che è in noi e che rende tutto sopportabile? Come continuare a vivere quando non c’è più speranza?

È questa dimensione profonda e tragica che colpisce per prima. Questa lucidità tagliente e la dolcezza quasi sorridente della sua saggezza. Miyazaki è un paradosso. Un vecchio che ricorda l’infanzia e l’effetto che fa. Il ragazzo e l’airone è stato concepito come un testamento al nipote del regista e a tutti coloro che si lascerà alle spalle quando lascerà questo mondo.

Inevitabilmente, questo film contiene una serie di elementi autobiografici, più che mai. Inoltre, due dei personaggi del film hanno una piccola somiglianza con il regista stesso. C’è Mahito, naturalmente, un ragazzino che condivide una serie di dettagli con il regista. Suo padre possiede un’azienda che produce aeroplani, sua madre è malata, ha visto Tokyo bombardata ed è dovuto fuggire dalla città, verso la campagna, per evitare le bombe. Senza dubbio, però, a livello di sceneggiatura, il parallelo più interessante è quello tra Miyazaki e il suo prozio.

Il prozio, infatti, è un uomo passionale, al limite della follia. Si è chiuso nella sua torre per creare il suo mondo.

Un mondo in cui ha finito per perdersi, come assorbito da uno dei suoi libri. Il legame con Miyazaki è evidente. Il prozio deve trovare un successore prima che il mondo, cui ha dedicato tanto tempo, vada in rovina. Naturalmente, ha messo nel mirino Mahito.

Il bambino, però, rifiuta e il mondo del prozio viene distrutto. Un finale brusco con un messaggio importante. Non ha bisogno di riprendere il lavoro dello zio. Non c’è un vero e proprio successore da trovare. Ogni creatore è diverso e deve creare da sé il proprio mondo, la propria arte. La propria vita. 

Mentre le grandi produzioni animate di oggi sembrano impantanarsi in uno scenario generico e troppo formattato, Il ragazzo e l’airone si prende il suo tempo. Un tempo in cui ogni dettaglio aggiunge realismo e credibilità al mondo immaginato da Hayao Miyazaki. Un tempo in cui lo spettatore è invitato, per qualche istante, a partecipare alla vita quotidiana di tutti i personaggi del film, come se le loro vite continuassero fuori dallo schermo, dopo la nostra scomparsa.

Dopo la prima visione de Il ragazzo e l’airone, è probabile che lo spettatore sia tentato di trovare una risposta logica a tutte le domande che si pone durante il film.

Tanto che l’immersione in questo strano mondo onirico fa perdere l’orientamento a una mente cartesiana e, nel nostro caso, occidentale. La risposta finale a tutti i questi viene offerta proprio dalla frase iscritta in cima al portale che il giovane scopre fin dai primi momenti: «Chi cerca di capire perirà».