Benjamin Wilson ha una storia molto particolare, incarna esatto termine What If americano.
Ci sono storie che oltrepassano l’oceano dopo anni ed anni. Ci sono leggende che non hanno mai calcato un campo da gioco professionistico. Questi giocatori però entrano a far parte dei cuori di ogni appassionato di sport.
Chiamiamole Soul Legend, magari non avranno mai fatto 81 o 100 punti in una partita ma hanno portato l’asticella dell’animo umano a dei livelli imbarazzanti.
L’America come anche altre nazioni non gode di un tasso di criminalità molto basso. I nomi di alcuni quartieri sono sinonimo di paura e violenza. Recentemente solo alcuni di questi sono stati un po’ rivalutati e rimessi a nuovo. Ad esempio il Bronx oppure una parte dell’intera città di Baltimora su cui hanno anche girato una Tv Series affascinante con il titolo: The Wire.
Purtroppo dal 1985 a Chicago nel South Side non è mai cambiato nulla. Il tasso di criminalità a braccetto con quello della disoccupazione è aumentato regolarmente. Le persone del luogo, da cui proviene l’ex presidente Obama, hanno persino cambiato lo slogan del ex-presidente da HOPE in NO HOPE.
Chicago a livello sportivo è stato il centro di tutto per parecchi anni. Ancora forma campioni come Dwayne Wade o Derick Rose che guarda caso, proviene dalla stessa zona di Benjamin Wilson e anche dallo stesso liceo. Iniziate a tracciare una parte del cerchio perché sul finire di questo post lo chiuderemo con una lacrima piena di speranza e d’ispirazione.
Nacque nel ’67 in una Chicago veramente sotto assedio dalle gang. Nell’81 questo ragazzo di quasi due metri si presentò come fershman alla Simeon Vocational High School nel Auburn Gresham Neighborhood sul lato sud della città. Lo sport qui, per certi ragazzi è il lascia passare per uscire dal ghetto, dalla violenza e dalla disoccupazione. La droga però è anche uno dei nemici principali per il futuro di questi ragazzi. Benji sapeva benissimo che il basket era il suo unico biglietto d’uscita.
A Chicago come nell’Indiana il basket è religione anche prima dell’avvento di sua altezza aerea Michael Jordan.
Da ragazzo gioca ogni giorno in ogni angolo ella casa e su ogni playground che la città mette a disposizione. Nonostante questa sua costanza nell’allenarsi il primo anno di liceo viene scartato dal programma di basket della scuola.

Forse questa storia già l’avrete sentita con un ragazzo che poi ha indossato la maglia numero 23. Poco ci importa perché non conta assolutamente da dove vieni per arrivare ad ottenere qualcosa. Conta quanto tempo, quanto hai sofferto e quanto sei migliorato per arrivare dove sei arrivato.
Panca fissa per Benji per tutto il suo primo anno. Dentro di se’ però niente lo ferma, infatti continua ad allenarsi per tutta l’estate e cresce di 20 cm in pochi mesi. Si trova spostato da point guard a center come ruolo e fin dal primo allenamento la leggenda prende forma.
Dopo le prima partite tutti iniziano a parlare di lui:
«Do You Think This Guy Got Game?»
«YesSir… he is “Magic Johnson with a jump shot»
Non c’è bisogno che immaginiate nulla, grazie a Dio c’è internet che un po’ ci mostra ciò che BW faceva con la palla a spicchi.
Aveva una mano e un kill crossover alla Tim “bug” Hardaway solo che il buon Tim ancora non lo conosceva nessuno! Probabilmente non aveva ancora quel crossover che incantò per anni l’NBA moderna. Oltre all’uno contro uno, lui dominava il campo, eseguiva stoppate con recupero e non quelle classiche stoppate dove la palla arriva in prima fila, NO!
Stoppata con recupero alla Duncan o alla Bill Russell e lanciava il contropiede una mano dal palleggio sia di destro che di sinistro. Poi il rimbalzo mai con la palla giù, subito due punti o appoggiati al vetro. Andava in sottomano cercando il rumore della retina ma anche dai sei metri… NOTHING BUT NET!!!
Nel suo anno junior, accade qualcosa in lui che pochi hanno mai provato nella vita. Ha un fuoco nel petto che probabilmente neanche ora si è spento. È la determinazione che riesce a guidare i suo compagni, tra cui il soul singer R.Kelly, fino alla finali di stato. Li porta alla vittoria ed è il primo titolo per la scuola in assoluto e il primo tassello di una grande inizio per Benji.

Ovviamente è l’MVP della gara con quella sezione che si prova nel tagliare l’ultimo filo della retina del canestro come fanno i grandi campioni. È un rituale che viene lasciato solo alle super star del gioco ma a Benjamin Wilson non bastò questo singolo gesto. Lui voleva diventare a tutti costi un vero giocatore e giocare contro e con i grandi di questo sport chiamato basket.
Chi è nato in una città piccola come la mia, ad un certo punto l’unica domanda che ti tien sveglio è: Quanto conta il posto??
Chicago incide molto nell’animo del nostro giocatore, alcune partite nella stagione seguente vengono interrotte da risse dovute anche a storie tese tra gang rivali.

I compagni di BW lo proteggono e si proteggono, l’intento era zero risse. La giornata doveva essere divisa in scuola, studio a casa ed allenamenti. No fight, No drug niente di niente. Ovviamente non credete che loro non andassero alle feste, i mitici classici party senza alcohol americani che ogni tanto vediamo in qualche film. In quei anni qui l’house e la techno prendono piede in un modo così forte che Chicago diventò la capitale di questi due generi.
Nell’1984 Benji ha un gioco così devastante ed elegante in gergo smooth, che riesce ad entrare all’ABCD Camp del GURU SONNY VACCARO. Colui che ha portato Michael Jordan a firmare con la NIKE. Se ora portate delle AIR JORDAN ai piedi lo dovete anche un po’ a questo signore qui. Comunque al suo camp che si è chiuso definitivamente nel 2007 con la sua ultima edizione, sono passati giocatori del calibro di: Calvin Murphy, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant, Chris Webber, Alonzo Mourning, Kevin Garnett, Vince Carter, Tracy McGrady, Patrick Ewing, Dwight Howard, Sebastian Telfair, and LeBron James, Rasheed Wallace e Stephon Marbury;
Ma lui anche oggi, vi direbbe che il nome più forte che abbia mai calcato l’ABCD Camp fu Benjamin Wilson.
Il rapper Common che ha frequentato lo stesso liceo ed è cresciuto in quelle stesse zone racconta che BW aveva tutto per essere una star a tutti gli effetti, era bello, umile e una sorta di atmosfera attorno a lui e alla sua personalità che lo rendevano una persona speciale.
Le donne sono sempre attorno a lui ma il suo vero amore è uno solo, Jetun Rush da cui nell’1984 ha un figlio inaspettato.
Qui la sua anima si divide nell’essere giocatore e papà allo stesso tempo ma il penso aumenta ancora di più, quando si manifestò la sua voglia di conquistare il secondo titolo statale consecutivo. Nessuna scuola aveva mai vinto nell’Illinois per due anni consecutivi. L’occasione si fa sempre più vicina quando alla squadra si unisce, da un altra scuola, un suo caro amico di campetto, tale NICK ANDERSON, visto poi nella NBA agli Orlando Magic, uno dei protagonisti delle finali perse contro gli Houston Rockets nel 94-95.
La squadra è ancora più forte rispetto all’anno prima e in ogni allenamento Wilson distrugge e brucia tutto, il canestro, la retina, nemmeno il clima della città del vento riesce a spegnere il fuoco di supremazia nel corpo di questo giovane giocatore.
Purtroppo attorno a lui si crea una pressione insostenibile per un ragazzo di 17 che si divide tra gli amici, la famiglia, gli allenamenti, i media e sopratutto il ritaglio di uno spazio personale per Brandon appena nato. In questo quadro generale dobbiamo aggiungere anche il fatto che il fratello Curtis facesse parte di una gang, i Gangster Disciples.
Una mattina Benji si sveglia per andare a scuola con tutti i suoi punti interrogativi sul suo futuro ma purtroppo nel quartiere tira una brutta aria, le gang sono in guerra.

Billy Moore è un ragazzo di 16 che a scuola non va’ più da un pezzo ed il college non è nemmeno tra uno dei pensieri che gli attraversano la mente ogni giorno. Quella mattina Benji litigò per tutte le ore di lezione con Jetun su come trovare un equilibrio tra lei, il bambino e il college a De Paul, l’università locale che già adorava ogni suo comportamento fuori e dentro al campo.
Tornando verso casa continuando a litigare, Benji urta fortemente facendo perdere quasi l’equilibrio a Billy girato di spalle che usciva e si era fermato davanti ad un negozio. Wilson non si voltò nemmeno per chiedere scusa e Billy non tollerò questa mancanza di rispetto che nel south non può mancare a nessuno sopratutto in quel periodo.
Billy gli urla qualcosa e Benjamin Wilson risponde, parte uno spintone, parte uno sparo.
Lui poteva tirare dritto come ha sempre fatto fino a quel momento, ma stavolta attorno non c’erano nemmeno i compagni di squadra a proteggerlo e probabilmente era davvero una giornata storta.
Il nostro “Magic johnson con l’arresto e tiro” si accascia al suolo, panico nell’occhi della ragazza, fuggi fuggi generale, l’ambulanza che non arriva poi la corsa disperata in ospedale tra le urla isteriche di tutti.
L’ospedale. L’ospedale. Quell’ospedale dove arrivò Benjamin Wilson, il St. Bernad non era adatto alla ferita che aveva e le attrezzature erano insufficienti. Provano ad operarlo chiudono la ferita ma lui non risponde più a niente, finisce quasi in coma.
La madre infermiera, vede che i suoi piedi sono gelidi. Poco dopo i medici diranno che non c’è più sangue nel suo corpo che arrivi al cervello, se sopravviverà alla notte diventerà un vegetale.
Benjamin Wilson muore nella mattina del giorno dopo.
I compagni nel frattempo si erano stretti assieme per sperare che il loro mentore, il loro amico, il loro fratello non abbandonasse questa realtà e questo mondo che noi chiamiamo terra.
Chicago, il 21 novembre del 1984, si sveglia con il cuore spezzato in lacrime.
La notizia fa il giro del paese, i media non parlano di altro e persino il reverendo Jesse Jackson prende parte al funerale del giovane giocatore proveniente dal nulla.
Promesse furono fatte per cambiare le cose in quel lato sud della città di Chicago, fu detto: «che la morte di Benjamin Wilson non passi inosservata!». Tante belle parole furono spese al suo funerale come uno vero show mediatico ma le cose ancora oggi nel South Side non è che siano cambiate più di tanto.

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Billy Moore fu trovato, arrestato e processato, ha scontato la sua pena e attualmente cerca di cambiare le cose con campagne contro la violenza. Nel quartiere purtroppo si sparano un giorno si e l’altro pure ma una cosa è cambiata. Grazie alla madre di Benjamin Wilson ed altre associazioni hanno raccolto firme per una petizione che obbligasse tutti gli ospedali ad avere le giuste attrezzature e competenze contro le ferite d’arma da fuoco.
I ragazzi giocarono e vinsero la partita d’esordio del campionato senza Wilson. Nick Anderson ha indossato nella NBA il numero 25 per tutta la sua carriera, 13 stagioni.
Il numero ovviamente è stato ritirato con una cerimonia commovente ma, sì c’è un ma…
Da quel giorno la tradizione vuole che il numero 25 sia indossato dal giocatore più forte della squadra.
L’ultimo a farlo è sempre un ragazzo di Chicago, ha giocato anche nei Bulls, il suono nome è Derrick Rose. Juwan Howard ha indossato il 25 all’Università del Michigan come tributo a Wilson. L’altro talento che oggi gioca col numero 22 ma ha il 25 inciso sulle sue Nike è Jabari Parker che ha anche giocato a Duke nella NCAA. Deon Thomas, Bryant Notree, Calvin Brock e Kendrick Nunn ne hanno indossati di 25 durante la loro carriera nel basket in Illinois per onorare Wilson.

Suo figlio Brandon, che aveva 10 settimane quando suo padre morì, ha continuato a giocare a basket all’Università del Maryland-Eastern Shore, indossando il numero 25 di Wilson. È diventato un giocatore di punta a Riverside Church e St. Francis Prep, e Long Island Lutheran High School e sarebbe stato reclutato dall’Università del Maryland Eastern Shore. Ha giocato una stagione per UMES.
Ha giocato professionalmente con i Long Island Wizards. Brandon è diventato poi allenatore e si è laureato all’Accademia di polizia di Nassau. Ha servito nel dipartimento di polizia di Port Washington per 5 anni. Il 13 gennaio 2022 però Brandon Sherrod Wilson è morto in un incidente d’auto.
Sembra quasi una maledizione che resta attorno ai Wilson ma anche lui come il padre ha emozionato e protetto la comunità come meglio poteva.
Non bisogna mai arrendersi perché non conta quanto tempo vivi… ma come e quanto la tua vita ha influito sulla vita anche di una sola persona. Beji resterà sempre nei cuori di ogni sportivo e sopratutto…
Il suo soprannome era “Magic Johnson with a jump shot” e sarà per sempre così.
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