MILES DAVIS

Miles Davis oltre la musica

La leggenda di Miles Davis travalica i confini della musica. Rivoluzionario per necessità. Architetto di suoni e di epoche. Esploratore dello spazio e del tempo. Tutti i libri di storia narrano le sue innovazioni musicali. Metamorfosi sonore che hanno riscritto per sempre la colonna sonora del ‘900. L’aspetto che spesso sfugge alla narrazione canonica, però, è il volto del Miles Davis pittore.

Un artista visivo dal linguaggio tanto istintivo quanto improvvisato, capace di trasformare il suono in segno, il ritmo in pennellata. La pittura diventa estensione visiva di quella tensione sonora che ha cambiato per sempre il volto della musica moderna. La sua arte visiva non è un corollario, è parte integrante di un’unica, irrequieta, ricerca espressiva. 

Immaginare una tela come una partitura non è un esercizio di stile. Quella che per un musicista è una linea melodica, per un pittore è un tratto.

Per Miles Davis, la pittura nasce spesso nei vuoti tra una frase e l’altra, in quelle pause che i jazzisti conoscono bene. Le sue immagini appaiono come un contrappunto visivo alla musica, un’eco dei melodismi. La passione per il disegno non è improvvisata, nasce in parallelo alla musica, come processo liberatorio oltre che espressivo. Già negli anni ‘50 aveva sperimentato bozzetti e disegni. Quegli schizzi giovanili, quei tentativi di ribaltare volti disegnati in una nuova forma, erano già indizi di una forte vocazione visiva. Dopo gli anni ’70, quando la sua musica ridefinisce costantemente i confini del jazz, Miles inizia a tradurre l’esperienza sonora in immagini. Non è un virtuoso della pittura, ma un autodidatta. Miles Davis disegna e dipinge per necessità, con accostamenti cromatici spesso azzardati e figure essenziali, irregolari. La tecnica è scarna, talvolta fragile, ma viene compensata da un’urgenza espressiva che trasferisce su carta e tela le stesse tensioni della sua musica, in una coerenza poetica sempre protesa al cambiamento. Quel cambiamento è anche terapeutico. Nella sua autobiografia Davis scrive che:

L’arte tiene la mente occupata con qualcosa di positivo quando non suona.

Affiancato da Jo Gelbard, artista newyorkese poi sua compagna, dà forma a immagini rozze e astratte, dominate dal colore e da volti stilizzati.

Fu nei primi anni ‘80, dopo un lungo periodo di silenzio dalle scene musicali, però, che la pittura si impose con forza nella sua vita come un mezzo espressivo parallelo alla musica. Secondo varie fonti, infatti, Davis riprese a dipingere con entusiasmo tra il 1980 e il 1983, periodo in cui cominciò a tradurre la tensione delle proprie riflessioni sonore in potentissimi segni cromatici. Questa evoluzione era parte di un processo più ampio, di rinascita artistica. 

Dopo anni difficili, segnati da dipendenze e isolamento, Miles Davis usò la pittura come canale di rigenerazione creativa, non solo come terapia ma come un’altra frontiera di improvvisazione e libertà. 

È significativo che la sua prima incursione grafica importante, rilevante e consapevole, di quel periodo sia la copertina dell’album Star People (1983), firmata da lui stesso. Il ritmo africano e il groove traspaiono non solo nel suono ma anche nella vivacità della composizione visiva. Definire lo stile di Miles Davis pittore con etichette come astratto o figurativo è riduttivo. Le sue opere sono visceralmente immediate, cariche di un’energia che sembra scaturire direttamente dalla sua musica. Le figure appaiono come visioni dinamiche, ritmate, colme di tensioni interne. Spesso il tratto è rapido, impulsivo, come se il gesto del pennello rispondesse esattamente allo stesso impulso che lo guida nella tromba. In certi dipinti si riconoscono figure che sembrano danzare, altre volte linee che sussurrano forme umane o macchine antropomorfe, come se ogni elemento fosse in movimento continuo. Miles Davis non si accontenta di costruire suoni, aspira a modellare l’esperienza creativa nella sua interezza. Così, la pittura diventa uno strumento ulteriore per sondare l’impercettibile. Mostra dopo mostra, il pubblico scopre che il suo linguaggio visivo ha la stessa audacia della sua musica. 

La storia delle sue opere, infatti, non si esaurisce nella dimensione privata, ma nelle gallerie internazionali.

Tra le esposizioni più importanti dedicate alle opere di Davis c’è stata quella ospitata in Cork Street a Londra, nel 2005 e poi nel 2010, a cura di dealer e specialisti che hanno riconosciuto l’importanza di queste opere fuori dal semplice contesto jazz. Gallerie internazionali ne espongono ancora tele e disegni, offrendo al pubblico un punto di vista nuovo sulla produzione artistica di un uomo che aveva già cambiato la storia della musica. Come un dipinto del 1981, esposto al ristorante Epicurus, a Copenhagen, in Danimarca, che per molti esperti rappresenta un punto di arrivo simbolico e un legame affettivo con il suo amico e sassofonista Bill Evans. Sono frammenti d’esperienza, impronte di attimi vissuti intensamente. I segni non raccontano storie pacificate, ma evocano sensazioni. I colori vividi sembrano vibrare nella loro intensità, oscillando tra figurazione e astrazione, come se ogni elemento volesse catturare non un volto o un oggetto, ma piuttosto l’essenza di un momento sospeso. Nel corso degli anni ‘80 e fino ai primi ’90, opere originali di Davis sono state esposte in gallerie prestigiose, da Londra a New York, e un libro importante — The Art of Miles Davis — le ha raccolte poco prima della sua morte nel 1991. Non rivelano virtuosismi accademici ma energia pura. In queste opere si scontrano Basquiat e Kandinsky, Picasso e l’arte tribale africana. Non come citazioni, ma come ispirazioni. Niente viene armonizzato: tutto resta in tensione.

È impossibile guardare una delle sue tele senza percepire un ritmo interno, una gestualità che riecheggia l’atto stesso dell’esecuzione sonora.

L’idea di un solista totale, capace di cavalcare la forma sonora e visiva con identica intensità, ha aperto nuove domande sul rapporto tra discipline artistiche e sul ruolo dell’improvvisazione oltre i confini di un solo medium. La sua carriera musicale è parte di una traiettoria creativa più ampia, in cui la pittura non è un’appendice ma una dimensione reale di un genio poliedrico. Oggi, critici e storici dell’arte guardano alle sue opere non come a un’appendice curiosa, ma come a contributi significativi nel panorama dell’arte visiva del XX secolo. Sono opere che non chiedono di essere composte, ma sentite. Nei suoi quadri non troviamo la precisione chirurgica di un manierista, ma l’urgenza dell’immediato. Se nella sua musica il silenzio tra due note è parte della frase, nella sua pittura lo spazio bianco tra segni è esso stesso tratto. Il dialogo tra suono e immagine, che Davis aveva intuito già nei primi anni della sua carriera, oggi è materia di discussione in festival, musei e accademie. È un’eredità che supera la dimensione biografica e si impone come fenomeno culturale vero e proprio.

La sua arte visiva non racconta il suo jazz, è jazz incarnato in forma colore.

MILES DAVIS

La musica per me è sempre stata una sorta di maledizione perché ho sempre sentito una spinta irrefrenabile a suonarla. È sempre stata la cosa più importante della mia vita e lo è ancora. Viene prima di tutto. Ma ho fatto pace con questi miei demoni musicali, il ché mi dà la possibilità di vivere una vita un po’ più rilassata. Credo che dipingere mi abbia aiutato molto. I demoni sono ancora lì, ma adesso so che ci sono e so quando vogliono essere sfamati. Così penso di avere le cose un po’ più sotto controllo.

Miles Davis, L’autobiografia

Miles Davis resta una figura imprescindibile nella storia della musica, ma la sua eredità visiva merita lo stesso rispetto e attenzione. Miles Davis pittore è un capitolo spesso trascurato, eppure essenziale per capire la portata di un artista che non conosceva confini. In ogni pennellata, in ogni segno, c’è la stessa sete di libertà che animava la sua musica. Dipingere non fu per lui una fuga, ma un ampliamento dell’universo creativo, un dialogo continuo tra suono e segno, tra ritmo e colore.