Pete Rock ci da il via ad una serie di storie che ho deciso di raccontarvi qui su RIS8. C’è una profonda affinità tra la natura e la legge del karma. Esistono tre modi in cui il karma agisce: pensieri, parole e azioni.
Tuttavia, per la ricerca del suono, questi si trasformano in quattro:
DIG, SAMPLE, CHOP e BEAT. Il suo significato? Magari lo scopriremo un passo alla volta raccontando queste storie. Quindi partiamo da DIG, diggin’ in the crates o meglio ancora… scaviamo tra le casse. Le casse qui sono quelle che si usavano per consegnare il latte in vetro. Le avete mai viste? Sono alte e quadrate, perfette per contenere gli LP.
The Ways of Karma: Diggin’ 4 The Sound.
Capitolo 1:
Pete Rock
NY Blacktop Stories… produttori, DJ, MC e la Mokaraba della musica che ha dato i natali a
‘The Chocolate Boy Wonder’.
– “Hey man, where are you from?” –
“I’m from 80 Blocks from Tiffany’s.”
Procediamo con ordine…
80 Blocks From Tiffany’s non è solo un documentario di Gary Weis. Non è un film che racconta gli scontri quotidiani delle gang afroamericane e portoricane per il dominio del South Bronx, è anche uno slang locale.
La frase “80 blocchi da Tiffany” si riferisce infatti alla distanza tra la gioielleria Tiffany di Manhattan e il South Bronx.
Nel 1979, un ragazzo smilzo con la pelle color cioccolato, figlio di immigrati giamaicani, di nome Peter Phillips, aveva imparato bene cosa significasse vivere lontano da quella zona. Zona tra l’altro, immortalata nel film di Blake Edwards con Audrey Hepburn, ispirato dalla scrittura di Truman Capote.
A scuola, la routine era irregolare e le giornate le si passavano in giro per i playground di basket della zona. Pete Rock si trovava sempre nel campo che aveva visto i primi movimenti di Nate “Tiny” Archibald.


Chi è Nate? Una leggenda NBA che non giocò mai per i suoi amati New York Knicks ma questa è un altra storia.
Tuttavia, quella parte della città, era soprannominata
Ghetto Capital of the BX ma cambiò il suo appellativo in:
THE BIRTHPLACE OF HIP-HOP.
Esatto! Proprio qui al 1520 di Sedgwick Avenue, nacque l’Hip-Hop.
A tredici anni, Pete Rock conobbe la Boogie Down Productions (DBP). Un gruppo locale formato da KRS-One, D-Nice e Scott LaRock, un momento cruciale per il rap del South Bronx.
esiste un angolo del Bronx dove il bordo del marciapiede porta con sé una storia.
C’è Un angolo dove l’asfalto conserva le orme di una generazione.
Una generazione che ha saputo trovare la voce per uscire dal silenzio.
È proprio da qui che proviene KRS-One, l’uomo che ha preso l’hip-hop e lo ha portato dal ghetto a un palcoscenico universale.
È il 1987, l’anno in cui Criminal Minded entra dalla porta principale delle strade di New York, rompendo ogni schema. KRS-One e Scott La Rock danno forma a quella che sarà l’epopea che porta l’hip-hop dal marciapiede alle aule universitarie. Dalle rime alla battaglia sociale per una cultura che sia strumento di redenzione. All’epoca non c’era internet quindi un brano diventava famoso solo se passava in radio.

Krs-One a 16 anni era scappato via di casa perché i genitori non credevano in lui e sopratutto in questa musica.
C’è un momento, nella vita di un uomo, in cui ogni rumore, ogni silenzio, ogni pulsazione cardiaca sembra combaciare col destino.
Il momento è quella notte — fredda, umida — dove KRS-One, il Profeta del Bronx, si ritrovò a dormire in un vagone della metro E, con la schiena appoggiata a uno sportello. Il cappuccio era sempre calato sugli occhi per ripararsi dal vento che entrava a ogni fermata.
È senza un tetto, senza una casa, senza un affetto. Ma ha una voce. E quella voce sta per entrare, come un fiume in piena, nella cultura popolare. È in quella notte che, dal silenzio metallico delle rotaie, dal dondolio del convoglio che attraversa le budella di Manhattan, a un tratto si fa largo un beat.
È una radio boom box tra le mani di un gruppo di ragazzi. Da quella cassa esce South Bronx — quella che KRS-One ha inciso con Scott La Rock per raccontare l’orgoglio delle strade da cui proviene. È quella canzone che sta incendiando le radio, che fa muovere le teste, che accende l’amore per l’hip-hop. KRS-One è lì, a un paio di metri, coperto dal suo cappotto, invisibile.
quella voce è la sua.
Sa’ che quelle rime le ha messe in fila lui.
Sa che ogni “South Bronx, South South Bronx” è un colpo sferrato a un mondo che l’ha escluso. Eppure lui non si muove, non si alza per farsi riconoscere, non va a prendersi quella gloria. Resta in silenzio, quasi per assorbire ogni sfaccettatura di quella situazione surreale: lui, senza un tetto, che dorme sulle panchine della metro; e intanto le sue parole riempiono l’aria, danno identità a un quartiere, a una generazione.
Negli ostelli dove passa le notti, KRS-One non si mescola. Non è come quelle persone che affollano i dormitori, che si perdono nell’alcol, che affogano ogni futuro nella droga.
Lui ha una missione, una fiamma che brucia dal profondo. È quella che lo tiene vivo, che lo fa resistere, che lo porta a uscire ogni giorno dal rifugio per entrare in studio, per incidere quella che sarà la colonna sonora delle strade. In quella notte che KRS-One ha saputo che stava per entrare nella leggenda, senza nemmeno aver bisogno di farsi riconoscere.
È quella voce che ha saputo resistere alla tempesta anche dopo che Scott La Rock se n’è andato per sempre, colpito dalla violenza delle strade.
La sua voce è quella che ha saputo unire senza divisioni, che ha detto che l’hip-hop può salvare delle vite.


In parallelo a questo contesto Pete Rock trascorreva molte serate con suo padre al Wembley Cricket Club, dove papà Phillips selezionava dischi che non si sentivano solo su Soul Train.
Nota a margine: questo era il programma TV storico creato da Don Cornelius. Quando James Brown però arrivò in città, Pete, con suo fratello Gregory, riuscì a farsi strada nel backstage e stringere la mano al “Godfather of Funk”. Un’esperienza che definì con queste parole:
“Damn, I think James Brown gave me a piece of his [soul] power”.
Durante quelle serate, Pete, insieme al cugino Dwight (poi conosciuto come Heavy D), parlavano del fascino dei dischi e della voglia di possederli per fare musica, ma in una zona come il South Bronx, i soldi erano pochi. Così Pete iniziò a consegnare giornali in bici per guadagnare qualche soldo.
La musica, per lui, diventò come “steak to a hungry lion” e nessuno lo fermò più. Al liceo, a Mount Vernon, incontrò Corey Brent Penn, meglio conosciuto come C.L. Smooth, con il quale formò un leggendario duo hip-hop. In questo periodo, Pete si circondò di altri talentuosi artisti, tra cui Eddie Castellanos (ADOR), Sean Combs (P. Diddy) e Charlie Brown, che più tardi divenne membro dei Leaders of the New School.

Nel 1987, Pete fece il suo debutto nel leggendario programma radiofonico In Control With Marley Marl, dove fu subito riconosciuto per la sua abilità con i dischi e la tecnica “putting in work”.
Una puntina andava sul solco di un brano e l’altro giradischi veniva preparato in sincrono su una copia del vinile che stesse andando quindi la doppia copia di un album era fondamentale.
Pete ricreava con l’utilizzo del mixer e dello scratch un nuovo brano che andava in loop, una sorta di fraseggio che si ripeteva in modo indimenticabile nello stereo o in radio.
L’antefatto del suo debutto fu che Heavy D, cugino di Pete, lo portò un giorno con se a casa di Marley Marl e poi andarono in radio. Pete però fu letteralmente scaraventato sui giradischi perché Kevy Kev rimase bloccato in strada per un incidente in auto.


A 16 anni, Pete Rock, si fece notare per il suo approccio unico nel mixare i dischi, utilizzando il campionatore E-mu SP-1200, che divenne il suo strumento distintivo.
Immaginalo lì, a 16 anni, con il respiro affannato ma con le mani che non tremano. Sente la Marley’s routine, Q-tip alla radio che penetra nell’aria, e lui è lì davanti alla consolle.
Se la misura del talento non è ciò che si vuole ma ciò che si può. L’ambizione indica solo il carattere dell’uomo ed il sigillo del maestro… è l’esecuzione.

In questo breve frangente di tempo, tra le sue mani, arrivò l’E-mu SP-1200 della Roland. Un campionatore molto diverso dal precedente sp-12, perché tutti i campioni/sample (suoni o melodie) sono memorizzati in una RAM volatile e caricati da floppy disk, cosa che non accadeva col predecessore. In più il tempo di campionamento fu esteso a quasi dieci secondi con 2,5 sec per singolo campione.
Aprendo una piccola parentesi, The OFFICIAL SP1200 Book: the Art and the Science uscita qualche anno fa’ è la bibbia!! Testo sacro per chi produce e per chi ama l’hip-hop dalla sua nascita.
Questa drum-machine era a casa nella stanza che condivide con il fratello. Il fratello più piccolo, Gregory (Grap Luva), voleva suonare come lui ma era ancora troppo piccolo per fare qualsiasi cosa nell’Hip-hop allora Pete, ogni volta che lasciava la stanza, appiccicava vari bigliettini sui dischi.
Uno intimidatorio su tutti per il fratello era:
–G! Touch it and you DIE!-.


Il background musicale di Pete, che spaziava dal jazz al soul e al reggae, contribuì a formare le fondamenta del suo inconfondibile suono.
In quello stesso anno assiste e in qualche modo co-produce anche due anni dopo il cugino Heavy D insieme ai The Boyz che sono: Captain G. Whiz, DJ Eddie F e Trouble T-Roy. Pubblicarono 2 classici del genere: Living Large e Big Tyme.
Nel primo la composizione è affidata un po’ al maestro Marley Marl in co-produzione con Heavy D e ad un ragazzo proveniente da Harlem che si faceva chiamare Lil Man ma di nome faceva Edward Theodore Riley. Aveva la fissa per il diamante facile ed è un ex membro del gruppo GUY ma poi sarà anche il futuro fondatore delle note RnB dei BLACKstreet.
Nota a margine:
Un giorno però, Teddy, uscendo dal suo studio di registrazione per il “brunch americano” incrociò un ragazzino sullo skateboard appena uscito dal liceo difronte che quasi lo urtò lunga la sua strada. Era bassino, non molto scuro di carnagione con delle bacchette da batterista in mano, Teddy gli chiese se amasse la musica, il ragazzino gli rispose di “SI !!!” con l’aggiunta di: -da grande voglio vivere di questo-.
Questo ragazzo però quando non andava a scuola lavorava per 7 dollari all’ora al McDonald e prima dei 18 anni era stato licenziato già 3 volte!
La motivazione era che faceva troppo beatbox dietro la friggitrice ed era pigro, si perdeva dietro i suoi pensieri. Tra le altre cose questo ragazzo nacque con una condizione neurologica rara, la sinestesia.


L’ascolto di suoni o della musica lo portano a vedere vedere colori semplici o particolari nella sua testa oppure associare ai suoni parole o gusti. Una variazione nel modo in cui il cervello elabora le informazioni sensoriali, portando a esperienze percettive uniche. Comunque i due si re-incontreranno in un concorso per band della città e T.R. non si fece sfuggire questo gruppetto dal nome The Neptunes…
/ pausa scenica /
…ma questa era solo una nota a margine.
Nel 1989, fu co-produttore di Heavy D & The Boyz, portando al successo due album cruciali: Living Large e Big Tyme. La sua abilità di remixare e creare suoni innovativi lo portò a diventare una figura centrale nel panorama hip-hop.
Nel 1991 un ragazzino, sempre nel South Bronx, mentre un complice distraeva il titolare del negozio, periodicamente fotocopia in modalità flash una fanzina…

Una di quelle disegnate a mano su carta spillata, con all’interno un flyer, Si!! Uno di quelli collezionati da Biz Markie fin dalla loro nascita, sopra c’erano scritti gli eventi live del mese o della settimana e le uscite discografiche più “cool” del momento.
Su queste poche pagine distribuite in tutta New York City, c’era raffigurata l’uscita di Peaceful Journey by Heavy D & The Boyz. Cinque di quei brani avevano il tocco di Pete Rock sempre in co-produzione col cugino ma lo scheletro del suo futuro suono era molto più evidente. Il tutto risuonava all’interno delle casse come una 4.9 della scala Richter, ossia: non avvertita da molti ma percepita da tutti gli addetti ai lavori.
Infatti se ne accorse, Maxwell Dixon meglio conosciuto come Grand Puba. Aveva già collaborato con lui in un brano, How Ya Livin’ per il demo del suo gruppo, Brand Nubian. Gli permise di re-mixare anche il singolo Slow Down dopo l’uscita del loro primo disco solista.
Il 45 giri arrivò a Chuck D dei Public Enemy che a tutti i costi volle una sua versione di Shut ‘Em Down.
Originariamente la traccia era stata prodotta dal The Imperial Grand Ministers Of Funk, tenete aperta l’icona ci ritorneranno nelle prossime puntate.
Ora però… ricordate l’oscillazione, la vibrazione percepita prima? ecco… appena arrivò nei records store, il singolo, con all’interno anche la versione originale del brano portò ad ogni tocco della puntina sul solco del vinile sugli 8,9 della scala Richter.
Reinventa letteralmente il brano e viene fuori la “PETE ROCK’S SIGNATURE”, ossia il movimento o la firma del suo suono in pressione e rarefazione nei monitor d’ascolto.
Questo stile di beat, di composizione… prima di lui, nessuno.
Il sample principale utilizzato nella composizione ha una particolarità… la nota campionata resta la stessa in tutto il tempo dei 4/4 ma sale e scende di volume in modo da prolungare il suono. Nella composizione aggiunge altri suoni di contorno per distrarre l’ascoltatore e poi la ritmica è essenziale. Il sample però proviene da un disco, prendete nota, che è nella storia di Pete Rock e non solo, ha creato un successo planetario e inaspettato.
Nessuno aveva mai sentito una cosa del genere, così d’impatto e totalmente rivoluzionaria come il cambio di mano in aria di Michael Jordan nelle finali contro i Lakers proprio nel 1991. Quel movimento di MJ ispirò tutte le generazioni future e quelle che attualmente popolano la NBA.
Questa tecnica usata da Pete Rock, è stata anche tramandata fino ai giorni nostri, il primo brano che mi viene in mente più recente è dei Pacific Division con Pac Div. Comunque da quel momento in poi tutti volevano un re-mix dal Soul Brother#1. Giusto per dirvene un paio dagli House of Pain ai Naughty by Nature, dai Das Efx ai Lords of the Underground, da Jeru The Damaja a Jamal e molti altri. Ogni giornalista iniziò la recensione di ogni singolo brano con la frase: “Pete Rock Invented The Remix”.
anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo.
Citando il filosofo Lao Tzu, il “first step” di pete rock, avviene con: All Souled Out EP.
Prima ancora però immaginatevi di essere a un party nel Bronx dell’epica, musica a volume indecente, il pavimento che vibra al ritmo dei bassi.
È uno di quei party di quartiere dove si mischiavano B-boy, MC e DJ, tutti ancora sconosciuti ma affamati.
Pete Rock ci arriva con un borsone pieno di vinili. Ha appena finito di smanettare con l’SP‑1200, e porta con sé dei beat su cassetta, quasi dei demo.

CL Smooth, invece, si presenta in giacca leggera, sorriso timido e un quaderno pieno di rime. Ecco l’aneddoto.
In quell’angolo fumoso, tra un set e l’altro, un DJ mette su – per scherzo – una base che Pete aveva fatto giorni prima nel seminterrato di casa sua. Non era ancora un brano, era solo un giro funky, un break di batteria e una linea di basso tagliata da un vinile dei The Meters.
CL Smooth, senza pensarci, prende il microfono. Non era previsto, nessuno lo conosceva. E comincia a improvvisare versi che diventeranno, quasi parola per parola, lo scheletro di quello che poi conosceremo come “Go With The Flow.” La gente al party si ferma. Non balla più. Lo guardano, lo ascoltano. E quando lui chiude con una punchline sulle sue origini a Mount Vernon, la folla esplode. Pete Rock, dietro, sorride e capisce che quella roba lì è speciale.


Insieme ad uno di quei ragazzi con cui andava al liceo, The Caramel King o meglio ancora C.L. Smooth. I due formano una coppia strabiliante per impatto sonoro e per coordinazione, l’EP uscito per la Elektra Records è preceduto da un singolo a due facce, “The Creator / Mecca & The Soul Brother” e ricordate quei suoni che contraddistinguevano Pete dal resto del globo? Con la nota che sale e scende di volume lungo tutto il quarto?
Beh, qui non diventa una semplice firma ma un “trademark” ossia un “marchio di fabbrica”.
I due video che anticipano il progetto, consentono al duo un tour nazionale e tra l’altro nel video “Mecca & Soul Brother” suona la versione “Wigout Remix” e non quella originale!
Infatti ad ogni live in diverse città, quella versione fa impazzire anche il bagarino di turno, che puntualmente anziché vendere il biglietto davanti all’ingresso lo usa per entrare.
Continua…


