Robert Redford è morto e con lui se n’è andata un po’ della mia spensieratezza di bambino che guardava La Stangata con suo papà ogni volta che passava in Tv e che ha continuato e continua a farlo anche oggi. Pensare che, per un lungo periodo, Robert Redford mi è stato antipatico. L’uomo che sussurrava ai cavalli era roba troppo sdolcinata per un adolescente che suonava hardcore e l’anno prima era andato in fissa con Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Robert Redford era troppo bello, troppo impegnato, troppo borghese, troppo sdolcinato. Piaceva alle mamme, alle nonne e alle ragazze. Mi sono riappacificato con Robert Redford qualche anno dopo, con Spy Games, e da lì non abbiamo mai più litigato.
Robert Redford è morto e con lui se ne va un’idea stessa di cinema.
Non è soltanto la morte di un attore, è il tramonto di un modo di essere, di occupare lo schermo, di rappresentare l’America attraverso un volto e un gesto. Una bellezza che sembrava un diritto naturale, come il respiro o il battito del cuore. Vederlo giovane in La Stangata significa assistere a un incantesimo che sembrava non poter durare per sempre, perché la giovinezza, si sa, è la più crudele delle truffe: illude e poi sottrae, promette eternità e invece si consuma in silenzio. Eppure, in quel film, in quell’America anni Trenta raccontata attraverso colori saturi, bordelli rischiarati da lampade rosse, dal fumo che esce pigro dai treni e si attorciglia come seta attorno alle vite, Redford rimane intatto, intrappolato in una fotografia che non può sbiadire. Johnny Hooker non è più solo un personaggio, ma un’immagine eterna di Redford stesso: il ragazzo elegante e scapestrato, affascinante e vulnerabile, capace di tenere testa al mondo con la sola forza della sua faccia pulita e del suo sorriso.
La Stangata, però, non è però soltanto Redford. È un sodalizio, un’orchestra. Paul Newman, George Roy Hill, David S. Ward, Marvin Hamlisch: quattro nomi che qui si incontrano e si fondono come in una partita a poker in cui ognuno gioca la sua carta migliore. Newman era il giocatore esperto, l’uomo dai famosi occhi blu che sembrano contenere cinismo e ironia abilmente miscelati, con quell’aria da chi ne ha viste troppe per lasciarsi sorprendere davvero. George Roy Hill dirige con passo felpato, si muove come un ladro gentiluomo che ruba senza lasciare tracce, posizionando la macchina da presa con un’eleganza obliqua che cattura gli attori di sguincio, mai frontalmente.
Un regista invisibile, un ladro che ruba con garbo e lascia persino la sensazione di averti fatto un favore. David S. Ward scrive una sceneggiatura che ha la precisione di un prestigiatore: la mano sinistra distrae, la destra compie il trucco.
Costruisce un racconto intricato e lineare allo stesso tempo, in cui lo spettatore pensa di aver colto la soluzione ma è sempre un passo indietro. Marvin Hamlisch riscopre Scott Joplin e trasforma un ragtime dimenticato in colonna sonora immortale. The Entertainer è un pezzo che porta con sé il profumo del whisky, del velluto impregnato di fumo di sigarette e di una malinconia che non appartiene a nessun tempo preciso, perché riguarda tutti i tempi, anche se appare come il ricordo di un’America che non è mai esistita davvero, se non nei sogni.
Il cuore del film è un inganno perfetto. Due uomini comuni decidono di sfidare un tiranno, costruendo un castello di carte così solido da sembrare reale. Doyle Lonnegan non capisce mai di essere entrato in un palcoscenico, non sospetta che l’ufficio scommesse sia solo un set popolato di attori. Persino lo spettatore cade nello stesso tranello. Ci convinciamo che Hooker e Gondorff siano nemici, che il loro scontro a colpi di pistola sia autentico, che il sangue macchi davvero la scena. Poi il sipario cala, i morti si rialzano, e il pubblico applaude. A guardarlo bene, è lo stesso trucco del cinema. Lo spettatore, come Doyle Lonnegan, entra in una stanza costruita per lui, si siede, si fida di ciò che vede, accetta la realtà fittizia come se fosse vera. Il film non racconta una truffa: la compie. Ci prende per mano, ci inganna e ci lascia contenti di essere stati derubati. Questa è la sostanza del cinema, la sospensione dell’incredulità, la gioia di lasciarsi ingannare con stile. Sappiamo di essere raggirati, ma il piacere è proprio lì, nell’accettare la menzogna.
La Stangata non è un film su una truffa, ma una truffa come sa essere ogni film.
Rivedere La Stangata dopo cinquant’anni significa riconoscere la sua leggerezza come forza. In un decennio dominato dal realismo sporco e dalle ambizioni politiche e sociali di Coppola con Il Padrino, Cimino con Il Cacciatore, Friedkin con Il Braccio Violento della Legge – La Stangata sceglie un’altra via. Niente sermoni, niente sparatorie interminabili, niente drammi esistenziali. La sua arma è l’ironia. Newman che si soffia il naso sulla cravatta durante una partita di poker truccata vale più di cento scene di violenza: un gesto che ridicolizza il potere, mette a nudo l’arroganza, la vanità di chi crede di dominare il mondo. L’atto di ridere del tiranno diventa la più grande delle rivoluzioni.
Non va confusa questa leggerezza con la superficialità. La Stangata è custodisce una morale tagliente. Non esiste un bene assoluto, non esiste un male invincibile. Il mondo è sporco, violento, corrotto. Non c’è un bene assoluto, non c’è un male invincibile. La giustizia non arriva dalle istituzioni, perché tribunali e polizia sono corrotti quanto i gangster. Se un riscatto è possibile, arriva dall’ingegno, dall’occhio rapido, dalla capacità di fregare chi ci ha sempre fregato. È un’America proletaria, quella che Hill e Ward mettono in scena. L’America dei piccoli, dei dimenticati, dei disperati che trovano riscatto non con la pistola, ma con il trucco. Un’America che parla al presente, un paese che non smette di chiedersi se sia ancora possibile piegare il potere usando le sue stesse armi.
Sopra tutto questo, lo stile completa l’incanto. Ian Fleming avrebbe amato La Stangata. Non per la trama, ma per la sua ossessione al dettaglio. I cappelli inclinati con matematica precisione, le giacche a righe gessate stirate come uniformi, i bordelli che sembrano quadri di Hopper, i treni che fischiano e si allungano come serpenti d’acciaio attraverso pianure infinite. Ogni elemento diventa feticcio, segno, amuleto visivo. Persino la scelta musicale, apparentemente anacronistica, diventa un gesto di stile: usare Joplin, con un ragtime che appartiene più al 1910 che al 1936, è un gesto da dandy, un vezzo che non serve a raccontare un’epoca, ma a inventare un nuovo tempo, sospeso, irreale.
È cinema che gioca a carte scoperte, che ti mostra il trucco e, proprio per questo, riesce a incantare ancora di più.
All’interno di questo universo di illusioni, Redford resta il centro magnetico. La sua bellezza non è semplice ornamento, ma parte integrante della messinscena. Ogni sorriso è una lama, ogni sguardo obliquo è una trappola, ogni battuta pronunciata con noncuranza è un passo di danza dentro la truffa. Il pubblico non può sottrarsi al suo magnetismo. Anche chi non afferra subito i meccanismi del raggiro si lascia trascinare perché Redford rende tutto credibile. È il volto della giovinezza che non chiede permesso, della speranza che il piccolo possa battere il grande. Quel volto, oggi, si è caricato di malinconia. Redford non c’è più, ma Hooker continua a camminare per le strade di Chicago, continua a entrare nelle sale da gioco, continua a sorridere mentre orchestra l’ennesima beffa.
La Stangata è un film sulla truffa che in realtà è un inno alla vita stessa. Vivere, dopotutto, è un po’ come sedersi a un tavolo di poker con carte segnate. Qualcuno bara, qualcuno vince, qualcuno perde. I più fortunati non sono quelli che fanno saltare il banco, sono coloro che sorridono quando il gioco sembra perso, quelli che riescono a rialzarsi, infilarsi le mani in tasca e camminare con la testa alta. Newman e Redford, nell’ultima inquadratura, incarnano questa filosofia: due uomini che, beffati e beffardi, si allontanano insieme, intatti, come se nulla potesse scalfirli.
Redford non è morto. Continua a vivere attraverso il suo sorriso storto e la sua leggerezza beffarda. È l’ultimo trucco che usano tutti i più grandi truffatori della storia del cinema: nessuno di loro muore mai per davvero. Perché il cinema, quando riesce, è una truffa di cui non si può fare a meno, esattamente come la vita.


