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Grun è Grunge

Non sono un amante della montagna, lo ammetto. Sono uno, però, che dà retta agli amici. Così mi sono fatto convincere da Maddalena Bedoni, durante il secondo lockdown, ad andare a Grun, nella Vallée, con lei e le sue tre figlie. Mi ricordano Emy, Ely, Evy, le nipotine di Paperina, pur essendo di età diverse e in ordine decrescente. Anna, Petra, Vera e Mien Barrel, che era a Milano e stava tornando nella natia Valle d’Aosta, dove vive, nei pressi di Saint Vincent (che si pronuncia Sen Vensan e non come San Vensan come lo pronunciamo noi milanesi).

In Valle d’Aosta parlano il patois che è una parlata francoprovenzale. Un lingua neolatina che, con la langue d’oïl, vale a dire il francese, e la langue d’oc, il provenzale o occitano, compone il gruppo linguistico chiamato galloromanzo. Conosco la Madda da più di 20 anni, da quando cantava in una band punk-rock, pur essendo lei più grunge che punk. È una tipa bionda, alta, in gamba, sempre di buon umore e mai ferma.

Durante il breve viaggio verso Grun, in Van è durato poco più di un’ora, ho avuto modo di conoscere Mien.

Mien, che è un architetto anche se sembra un cajun uscito da I guerrieri della palude silenziosa; con gli occhi blu cobalto e la barba alla ZZ Top. Era a Milano per alcun visite, fatte per un intervento al setto nasale. Scopro che è maestro di snowboard, ha un negozio di biciclette, il Bike Hospital a Saint Vincent, e un piccolo museo, sempre di biciclette e di strani telai. È anche uno skater e, per chiudere il cerchio, ha iniziato a surfare e ascolta heavy metal.

Mi parla della loro APS GRÜN. Arriviamo a Grun che è già buio, perché tra le montagne il buio scende di colpo ed è una cosa che a me uomo di pianura in bolla sgomenta sempre un poco. L’indomani ho avuto subito modo di rimanere stupito e sfatare i miei preconcetti da milanese e da surfer (che avevo ma non ammettevo) sulle persone di montagna.

Grun è un posto incantevolmente vero. Un esempio che molti paesi dovrebbero seguire per evitare di trovarsi all’inesorabile bivio: l’abbandono o la gentrificazione turistica?

Grun è un villaggio a poco meno di mille metri. Sembra scolpito nella pietra. É fatto di vicoli su tre livelli, collegati da gradini anche loro di pietra. Le case sono addossate l’una all’altra senza soluzione di continuità. Le case, in effetti, sono costruite con enormi massi di pietra e tetti sostenuti da possenti travi di legno. Grosso modo sono lì almeno dal 1500 senza fare una piega. Queste case, all’interno, sono suddivise in stanze piccole, comunicanti una con l’altra -zero corridoi – e si sviluppano su più piani.

Una cosa più unica che rara è che le case di Grun sono ristrutturate a norma di legge. Filologicamente senza calcestruzzo o gasbeton e robe del genere.

Sembrerebbe un posto adatto a girare un film fantasy tipo il Signore degli Anelli e cose così. Se non fosse disseminato di giocattoli lasciati qua e là da bambini allo stato brado e non ci fosse book sharing corner con ottimi libri.

All’inizio di Grun c’è una stalla moderna con azienda casearia, l’Etela du Berdzì, dove autentiche vacche di razza valdostana producono latte, yogurt e, ça va sans dire, la Fontina.

Per vedere se la Fontina è buona bisogna premere l’indice sulla crosta. Se dopo pochi secondi la parte premuta si riallinea, allora la Fontina è a regola d’arte. Le mucche, in inverno, stanno in stalla; d’estate sono in alpeggio e sono quindi alimentate con foraggio del luogo ed erba in fiore di montagna.

Parlando con il fattore, Jean Paul Chadel, ho scoperto che i cani da pastore non necessariamente lo sono per pedigree ma per lo più lo sono per attitudine. Certi incroci, senza blasone, sono formidabili e predisposti all’apprendimento del mestiere meglio che un Border Collie, ormai sempre più selezionato come cane da compagnia. Come esempio mi è stato presentato un cagnone di nome Covid, perché è arrivato a Grun durante il primo lockdown. Oltre ad avere trovato casa a Grun ha trovato anche un lavoro. 

Rimanendo sugli animali appena fuori dall’abitato di Grun, c’è un piccolo allevamento di alpaca tenuti al pascolo.

Poco distante c’è la fontana dove sgorga limpida acqua montana e il forno comune che, come nei secoli scorsi, ha mantenuto la funzione di coesione sociale. Lì, periodicamente, fanno lo pan ner, il pane delle Alpi, fatto di segale e frumento. Una volta fatto viene suddiviso tra gli abitanti di Grun che sono 31 residenti. Oltre agli autoctoni di Grun, infatti, ci sono Milanesi e Torinesi. In estate gli abitanti raddoppiano con l’arrivo di abituè da Lombardia, Liguria, Piemonte e Toscana.

Lo pan ner può durare anche un anno intero conservato su peculiari graticci di legno, ratelè, senza perdere le sue capacità organolettiche. Viene affettato con il copapan che è una sorta di ghigliottina (molto francese!).

All’estremità opposta il borgo termina con un suggestivo piccolo Santuario, dedicato a San Lorenzo e all’Immacolata, pieno di ex-voto.

Ogni volta che vedo degli ex-voto mi viene in mente la mostra di Barry McGee tenutasi una ventiina di anni fa allo Spazio Prada (quando era in via Bergamo). Qui non è lo stesso e gli ex voto, al contrario del Messico dove sono ancora diffusissimi, sono il segno di un tempo perduto ma conservato. Mi è difficile vedere il maestro di snowboard e metal kid Mien deporre un ex voto. Adiacente al santuario c’è una minuscola ex scuola con ancora i banchi. Penso che i banchi e le sedie in Italia siano gli stessi dal 1861.

Dietro il santuario c’è un pianoro che domina una vallata, sul quale si fanno eventi enogastronomici davvero deliziosi e raffinati; preparati ad arte da un amico del villaggio, Stefano Lunardi e la sua cantina l’Erbavoglio a cui partecipa il sindaco di Saint Vincent, Francesco Favre; un tipo davvero molto simpa e alla mano (non sembra un sindaco!) con il quale ho avuto il piacere di bere un paio di calici di Mayolet.  

Se Grun è così lo si deve agli abitanti; alla APS GRÜN gestita da monsieur Mien e la sciura Bedoni ed ai suoi abitanti, che contribuiscono oltre che al mantenimento anche alla vitalità del villaggio. Qui veniamo al perché del titolo. 

Grun è Grunge

Vera memoria storica del villaggio sono Paola Sèris e Pino Chadel. Invece, l’entrata nella modernità di Grun è merito di Marisa Iannotta. Arrivata e mai più spostatasi da Grun, nei late 60s come hippie. Con altri hippie produce ottimi distillati naturali, tisane ed è una cuoca che spostatevi tutt*. Forse si deve a lei il magnetismo che ha attirato musicisti come l’eclettico Diego ‘il Tusco’ Tuscano che qua si ritira a comporre e a sperimentare. A sua volta ha attirato qua il suo amico Mao, che non è il grande timoniere ma il cantante di Mao e la rivoluzione; cantante per un periodo in tour con i Kina e conduttore di diversi programmi di MTV con Andrea Pezzi, qualche anno fa. Entrambi, insieme ad altri musicisti, li vedi si vedono gironzolare, qua e là, con un Gibson SG o un Moog in mano, con bambini curiosi al seguito.

Rock e bambini sembrano non dare fastidio ai residenti.

Men che mai agli scrittori come Alessandro Maderna, Simone Sarasso, l’autore di questa articolo (sono venuto qua in montagna per presentare Surfplay, scritto a quattro mani con Tommaso Lavizzari, dove le uniche montagne di cui si parla sono liquide). Non stupisce incontrare la scrittrice e ricercatrice universitaria Rosanna Gorris, francesista che si occupa della sopravvivenza di identità culturali francofone.


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Siccome un’arte ne attira un’altra è facile imbattersi nel fumettista meneghino Sergio Gerasi, disegnatore di Dylan Dog che si fa raccontare da Mien le leggende horror dei revenants (fatevele raccontare anche voi, che altroché The Blair Witch Project); o nello scultore Bobo Pernettaz che è sempre in cerca di legni, come un sarto di tessuti. Se siete fortunati potrete anche imbattervi nello chef stellato Stefano Zonca che una volta ha cucinato per il villaggio.

Il villaggio è riuscito a sopravvivere 700 anni senza essere abbandonato, né gentrificato; diventando un posto non esclusivo ma inclusivo: un posto GRUNge dove non ci si sente gringe.

Se volete recarvi a Grun contattatate senza indugi la APS GRÜN (apsgrun@gmail.com). Se non potete andarci nell’immediato, vi consigliamo gli amici dell’enoteca, osteria e spaccio dove tutto è valdostano, Cantina e Coscienza a Sesto San Giovanni.